Conflitto d’interessi: PARASITE
Conflitto d’interessi: Parasite
“Io che conosco tanta gente, son venuto su dal niente,
C’ho una bella posizione, non è giusto che la perda,
Mi
son fatto tutto da me, mi son fatto tutto da me,
Mi
son fatto tutto da me...
Mi
son fatto tutto di merda!”
GIORGIO
GABER
Nella
recente crociata contro cinecomics
e
prodotti Netflix – che vedono eponime firme del grande schermo
schierarsi contro i primi, optando per i secondi pur di continuare
l’attività – lo spettatore più attento avrebbe di che
riflettere. Certo, non mancano le eccezioni se è vero che nel
catalogo della citata Netflix un po’ di sole (d’autore)
nell’acqua gelida della mediocrità permette di riscoprire antichi
sapori in apparenza smarriti; così, mentre Amazon si decide a far
uscire l’ultima fatica di Woody Allen nel mare magno delle
polemiche, il crepuscolo d’una malavita in fase cimiteriale (The
Irishman di
Scorsese) o la dolente lastra d’un ménage
in
crisi tra verità e finzioni (Storia
di un matrimonio
di
Baumbach) farebbero ben sperare che tali esiti non s’arenino alle
società di distribuzione via Internet e consentano al cinema, sempre
più sfera dall’incerto avvenire, di perseverare nella propria
(seppur limitata) forma d’espressione sull’odierno presente.
Ancora una volta, una possibile ancora di salvezza giunge dalla
produzione asiatica, cui bastano pochi indizi e molta inventiva
registica per confezionare un prodotto che comunichi col pubblico, e
col quale quest’ultimo si riverberi tra divertimento e amarezza.
Vedere per credere Parasite,
ottavo lavoro di Bong Joon-ho, col quale per la prima volta la
Sud-Corea conquista Cannes, incassando più di cento milioni di
dollari nel mondo: la finestra d’uno scantinato, un sottoscala, una
connessione Wi-Fi abusiva, una blatta a gironzolare su un tavolo, già
da soli dicono della condizione economico-familiare di quattro
poveracci ma pure del climax
d’un
Paese desideroso di progredire, fermo in verità all’obsoleto
paradigma secondo cui l’upper
class esiste,
e prospera, sulla pellaccia (e sull’odore) degli indigenti.
Complice la soffiata d’un amico, studente in una facoltosa
università, il Caso vuole che il giovane rampollo della famiglia
protagonista, costretta a campare grazie al sussidio di
disoccupazione, trovi lavoro come insegnante privato della figlia
d’una coppia d’arricchiti; la scaltrezza del ragazzo e della
sorella, esperti d’informatica quanto occorre per ottenere una
laurea contraffatta, fa sì che l’uno introduca l’altra nel
nucleo in qualità di tutrice di sostegno per il figlio più piccolo.
Quel che scaturisce è un machiavellico carosello, dettato
dall’avidità prima che dalla disperazione, che induce la nuova
arrivata a far licenziare lo chauffeur
per
consentire al padre di occuparne il posto, e quest’ultimo, a mo’
di effetto-domino, a far assumere la moglie come colf, una volta
messa in disgrazia la vera domestica grazie a un’allergia da pesche
indotta dai diabolici ragazzi. I presupposti per traslare un
canovaccio neorealista in movimentata farsa al cianuro figurano
tutti, e nel cinico progetto, studiato per consentire a quella ciurma
di poveri cristi una grama fetta di benessere, a tratti pare
d’assistere a un lavoro francese
à
la Veber
o di tornare ai fasti della commedia italiana. Quando poi i padroni
di casa decidono di trascorrere il weekend fuori città, lasciando
custodi della villa i Nostri, un imprevisto rimette le carte in
tavola: i meschini scoprono di non esser gli unici ad abitarla, né
soprattutto i soli desiderosi d’un agiato tetto sulle spalle. Se
chi scrive non va oltre per non sciupare la sorpresa, occorre
segnalare come il nerissimo humour impiegato nella prima metà sfumi
in un’atmosfera hitchcockiana sempre più allucinata, dove la
tensione incalza quanto la girandola di colpi di scena, sino a
sgombrare il campo da ogni equivoco. Sicché Parasite
non
è solo un apologo sull’indigenza e sulle efferatezze che questa
spinge a compiere, ma pure una radiografia di matrice hegeliana sul
conflitto di classe, tant’è che le venature thrilling di cui è
imbastita la messinscena, sfocianti in un misterioso
sotterraneo-bunker, fanno persino ripensare a un capolavoro
sull’identico tema, Il
servo di
Losey. Tuttavia Bong Joon-ho non inverte i ceti sociali, ostentandoli
per come sono dietro i paraventi: se il gap
fra
entrambi risiede nella piccola salita che conduce il basso rango
verso lo chalet, rimarcando l’incolmabile distanza, il giocoso
interesse del piccolo Da-song per gli indiani d’America non si può
non leggere quale segnale d’uno storico esproprio macchiato
d’intolleranza; lo stesso bimbo, a un certo punto, funge da ago
della bilancia individuando negli intrusi l’identico odore, e al
momento opportuno è l’unico a rimanere fuori dalla villa quando
padroni e servi, questi ultimi nascosti, sono riuniti nello stesso
raggio. A dispetto dell’americano Storia
di un matrimonio,
qui la farsa non serve per camuffare sentimenti genuini, né cessa di
serbare amarezza dietro la risata (si pensi allo scetticismo di
Da-hye verso il fratellino, considerato un genio dai genitori):
emblematico è il segmento che raduna gli intrusi Kim intenti ad
ingozzarsi di alcol e schifezze nel lussuoso salotto – quasi un
Cenacolo di grossolana fattura – finché un risentito Ki-taek non
reagisce alle battute della moglie che lo paragona allo scarafaggio
dell’incipit; e come un insetto l’uomo deve strisciare via per
non esser scoperto dai Park mentre fanno sesso (e per eccitarsi
accennano alle mutandine lasciate dalla figlia di Ki-taek nella loro
auto) e, all’occorrenza, rifugiandosi nel sotterraneo per sfuggire
alla polizia quando una festa di compleanno culmina in tragedia. La
finzione svela una verità atta a presentare i ricchi come creature
anche più mostruose e ignoranti di chi, patetico ma non innocente,
s’accapiglia per un’infima fetta di opulenza: l’orrore è nel
surplus
di
benessere dietro la superficiale scorza, profittatore di un’eterna
guerra tra poveri, questi ultimi indiretto capitale umano di reali
parassiti che solo a parole dicono di ammirare chi viaggia in
metropolitana e non ambisce a oltrepassare alcuna soglia sociale.
Strumenti all’apparenza fortunosi, dallo smartphone a Google, si
rivelano malefici; nella propria scarna icona, una medaglia si riduce
a vanificato spiraglio di gloria, una pietra ornamentale a corpo
contundente da scagliare sulla testa di qualcuno, o a plausibile
auspicio di speranza. Lo scantinato è inequivocabile allegoria
dell’unica posizione sociale che i meno abbienti possono
permettersi: gli effetti d’una copiosa alluvione riconducono a una
realtà sovrastante che assembla in un unicum
i
rifugiati, azzerando la discrepanza sul gradino successivo della
scala, un tombino o un water, portando i protagonisti a un milieu
da
cui non poter fuggire (e poco prima l’acqua gli serve per cacciare
un clochard
che
orina vicino alla loro misera abitazione). Un’inattesa resa dei
conti ha luogo durante una festicciola, pensata per superare il
trauma di Da-song nell’aver visto un intruso aggirarsi tra le mura
domestiche: il quale non solo si ripresenta ma innesca in Ki-taek
quel piano di cui, secondo la sua constatazione, non si dovrebbe mai
disporre per non conoscere la delusione. Anche se un soprassalto
d’orgoglio implica che per la “cosa giusta” tre persone perdano
la vita, la finestra che introduce e sigla Parasite
concede
uno spiraglio possibilista, mentre la neve cade nel solo istante
poetico del film. La maledetta magione, un giorno o l’altro, potrà
essere luogo d’una conseguita felicità familiare: ma forse è solo
un sogno d’incerta realizzazione, pronosticato da una missiva che
il figlio computa al padre in alfabeto Morse, ripristinando un umano
legame (guarda caso, gli unici Kim a tornare alla vita di sempre sono
madre e figlio, principio e fine dell’utopica escalation).
Sino ad allora, mostrano le immagini conclusive, lo chalet è
ereditato da un nuovo nucleo di ricchi emigrati, con un intruso nel
bunker, destinato a portare avanti un’eredità dai sinistri
contorni. Come una nuova storia infinita. Altro che aggiornamento dei
tempi, altro che progresso: globalizzazione e capitalismo continuano
a condurre il gioco. Il crimine – glaciale – è sempre dietro
l’angolo.
Francesco
Saverio Marzaduri

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