(Entrambe le parti della) STORIA DI UN MATRIMONIO
(Entrambe le parti della) Storia di un matrimonio
“Forse sono stupito dal modo in cui sei sempre con me
Forse
temo il modo in cui ti lascio
Forse
sono stupito dal modo in cui mi aiuti a cantare la canzone
Mi
correggi quando sbaglio
Forse
sono sorpreso per il modo in cui ho bisogno di te...”
PAUL
McCARTNEY
Esiste
nella filmografia del newyorchese Noah Baumbach, che a distanza di
quasi cinque lustri conta una bella dozzina di titoli, un sottotesto
da non interpretare come il fulcro nodale d’una
visione registica; eppure, dettato da circostanze in linea con la
frenesia della metropoli, questo sottotesto emerge inatteso a mo’
di
chiave, qualificandosi come altra faccia dell’assetto
narrativo. Così, in Mistress
America,
una scrittrice in erba si serve di materiale umano per essere accolta
da un club universitario per aspiranti narratori: niente di meglio
che lo stile di vita glamour, scanzonato e irriverente, della
sorellastra Brooke e i segreti progetti di costei, per concretizzare
l’ambizioso
capriccio. La stessa Brooke inscena una pantomima, con tanto di
palchetto e pubblico plaudente, per ottenere un prestito dall’ex
partner. Lo si era già visto in un titolo precedente di Baumbach,
Giovani
si diventa,
dove il documentarista Josh, in attesa dell’occasione
che potrebbe rilanciarlo, vede sottrarsi l’ambizione
da un giovane ammiratore forse più talentuoso (ma all’uopo anche
scorretto). Nessuno, sembra dire l’autore,
è realmente sincero con sé stesso, temendo che la riposta
sensibilità sia a uso e consumo d’una
società che persevera nella propria cinica sopravvivenza; sicché la
frase fatta “vai a far del bene alla gente” non è da leggersi
quale edificante e obsoleto apologo morale, semmai come una strategia
difensiva per non incappare nella coazione a ripetere. Nulla di
strano che in Storia
di un matrimonio,
il cui titolo vagamente bergmaniano suggerirebbe da subito la crepa
d’un ménage,
l’incipit, complice un efficace montaggio alternato, ci mostri le
parti in causa nel tentativo di discorrere i reciproci pregi senza
risentimenti. Né suona insolito che il teatro off
Broadway
rechi
la componente diegetica più basilare nella mise-en-scène
caratteriale
dei coniugi Adam Driver (feticcio di Baumbach: proprio il Jamie che
defraudava Ben Stiller in Giovani
si diventa)
e Scarlett Johansson, rispettivamente regista e primattrice, alle
prese con un divorzio sempre più dolente, che la divisione tra la
Grande Mela e Los Angeles ostenta in modo anche più marcato. Come
sempre in Baumbach – non nuovo allo spunto, ripensando a Il
calamaro e la balena –
è
difficile provare qualcosa di attiguo alla simpatia verso i
personaggi, negli egoismi e nelle contraddizioni, e il fatto che una
separazione funga da epicentro azzera qualsiasi presupposto di
parzialità, nonostante una delle parti, perlomeno all’inizio, non
voglia saperne. Se l’ago della bilancia è il figlioletto conteso,
la vera discrepanza si cela nel fragile milieu
d’una
sicurezza solo apparente, che risalta via via più labile quando
Nicole, confidandosi con l’avvocato femminista Nora (Laura Dern),
rivela la meschinità d’un coniuge forse fedifrago. Da par suo, la
sfera legale non è che una sciarada spettacolarizzata che non
nasconde l’aggressività, nel caso di Nora rivendicando orgoglio
femminile, quando non carrierismo rampante (la controparte incarnata
da Ray Liotta). E non molto può la figura dell’anziano consulente
(Alan Alda), divorziato a propria volta, per venire a un umano
compromesso. La teatralità si fa, in sintesi, tenore di vita dove
chiunque è chiamato a recitare un ruolo (la goffa Cassie che,
incerta su come dare la notizia della citazione di divorzio a
Charlie, fa le prove in una tra le molte parentesi tragicomiche del
film, prima che Nicole le rammenti che non è una performance).
Così pure la parzialità, come ostenta la suocera Julie Hagerty, a
favore dell’uno e non dell’altra implica avversità, se non un
camuffamento d’odio maggiormente grottesco rispetto alle maschere
che i protagonisti – lei da David Bowie, lui da Uomo Invisibile –
indossano durante un funesto Halloween. Tale ostilità si mostra
nella propria palpabile e deformante sincerità, nel bel mezzo d’un
appartamento spoglio, luogo d’un tête-à-tête
che,
anziché far chiarezza, fa crollare farse e feticci, mostrando da
parte dell’uomo una sofferenza sin troppo implosa che denuda la
vulnerabilità dell’ex moglie. La sobrietà della situazione
frantuma l’artificio, con tutti i bizzarri esiti del Caso
(l’episodio dell’inviata del tribunale chiamata a valutare le
capacità di Charlie nell’occuparsi del figlio, al termine del
quale un banale incidente domestico per poco non dissangua l’uomo),
prima di tornare a una serenità non più solo di facciata. Storia
di un matrimonio è
l’apologo d’un contrasto tra sentimenti (magari non d’amore,
senza dubbio d’affetto), mai spenti e tuttavia impossibilitati a
un’unione concreta, che nella dualità reale-finzione non sarebbe
dispiaciuto a quel Seymour Chatman che teorizzò l’importanza –
anzi, la necessità – della parte recitata nella vita.
Being
Alive,
non a caso, è il successo di Broadway che un Charlie sconfitto
(quanto più maturo e consapevole) intona malinconico al microfono in
un sottofinale che, insieme alla citata scena del vis-à-vis,
Driver gioca di risalto emotivo, rivelando un’inusuale bravura che
ruba la scena all’impeccabile
Johansson. Non si dimentichi che in tema di messinscene, in
BlacKkKlansman
dell’anno
prima, l’ebreo Driver “interpretava” il collega detective nero
per infiltrarsi nella congrega del Klan ed incastrarne gli adepti.
Rileggendo l’Avery Corman di Kramer
contro Kramer,
ancora prima di pensare al suo celebre adattamento, fa specie che il
“mondo di emotività compressa e ridotta a pura apparenza” di
Baumbach, per citare Leonardo Gandini, si riscontri pressoché
invariato tra le pagine di quel libro: ineludibile esito d’un
processo, psicologico e sentimentale, dove il pubblico apparire fa da
contraltare alla sfera più intima e privata. Oltre al nome di
Benton, nell’ampio tracciato cinematografico degli sfaceli
coniugali, inevitabili tornano alla mente Cassavetes, Mazursky,
Nichols, Allen medesimo (come la presenza di Alda e Wallace Shawn
confermerebbe), e per tal motivo, se si esclude l’ineccepibile
confezione, Storia
di un matrimonio è
la riproposta in epoca postmoderna d’una produzione già
sorpassata, il cui nostalgico registro fa i conti col percorso di
crescita autoriale. Lo insegnava Bogdanovich, principale modello
ispiratore di Baumbach: i classici del passato sono insostituibili e
non si può far altro che rifarli. E nonostante le musiche di Randy
Newman, è un peccato non trovare in colonna Maybe
I’m Amazed di
McCartney, altrettanto azzeccata per lo spunto trattato e impiegata
nell’ingannevole preview.
Francesco
Saverio Marzaduri

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