CLEO DALLE 5 ALLE 7: noi la conosciamo bene?
Cleo dalle 5 alle 7: noi la conosciamo bene?
Rivedersi una rarità cinematografica, una di quelle pellicole destinate ai
circuiti meno popolari e vasti, quelli di nicchia da subito, che la
condannano a sempre più rare programmazioni sino all’invisibilità
di fatto – e chi l’ha vista beato lui, gli altri se l’immaginino
– non è esperienza che non richieda atteggiamenti particolari. Nel
caso in cui il (nuovo) spettatore ci si accostasse senza pensarci
troppo su, potrebbe essere la pellicola stessa a risultargli strana;
se lo spettatore in oggetto è dotato di sensibilità e
partecipazione, sarà il film stesso a fornirgli di che riflettere.
Sempre che sia onesta l’intenzione reciproca: dello spettatore e
dell’autore. In questo caso, dell’autrice.
Cleo
dalle 5 alle 7, di
Agnès Varda, ragazzaccia dolce, irriverente e acutissima ancor
quando a novant’anni ci ha lasciati, di riflessioni ne impone
parecchie. E, prima di esse, suscita prese d’atto, come ogni buon
documentario dovrebbe. E che si tratti di un documentario più ancora
d’un film a soggetto (benché se non fosse anche questo,
semplicemente, non sarebbe) si fa ben chiaro nel suo sviluppo: dagli
eventi – che si susseguono con l’indicazione dell’orario in cui
avvengono – quanto dalle tecniche di ripresa, dall’uso di un
bianco e nero da reportage cinegiornalistico, dai primi piani come
istanti isolati dal flusso della quotidianità.
Non
si tratta però solo di un documentario “su una figura di donna e
su una città”, come pare che il film venga prevalentemente
catalogato, né che il suo valore consista nel solo essere indicativo
di un’epoca storica (i primissimi Sessanta) in un luogo preciso
(Parigi), in un Paese e in una società che si dibattono tra dubbi e
cambiamenti di non poco conto. Lo sguardo di Agnès Varda non è
quello che Richard Lester poserà sulla Swinging
London e
sui Beatles quattro anni dopo, non mitizza figure già mitiche
suggerendo un adorante milieu
giovanile
pago di ciò. Cléo è giovane e graziosa, ha inciso qualche
quarantacinque giri di discreto successo e chi la riconosce non manca
di chiederle una foto con autografo; il mondo, però, non sembra
ruotare attorno alla sua figura, e tra le cinque e le sette avrà
modo di accorgersene. Perché
il mondo sono gli avventori del café
che non solo non la riconoscono ma si sentono disturbati dal juke-box
in cui ha gettonato un suo disco; i fidanzati al tavolino accanto,
che stanno per lasciarsi perché lui pretende di dormire con lei e
lei non ne accetta l’aut
aut;
la tassista che la porta in giro, una donna non classicamente bella,
forse, ma sicura e consapevole di sé, tanto da apparire
interessantissima; l’amica modella all’atelier, che fa scivolare
la propria nudità nell’abitino ed esce con Cléo neppure la
guardano, senza preoccuparsi della biancheria...
Nel
mondo, quello di Cléo, ci sono la segretaria-factotum, un po’
balia e un po’ dama di compagnia; c’è il signore elegante e
distinto, di eccellente posizione, che la copre di regali,
sicuramente ne accontenta i capricci, probabilmente ne finanzia lo
stile di vita, e magari l’accompagna laddove sia utile mettersi in
mostra; c’è il proiezionista che le offre la visione di una comica
attraverso il pertugio della sala di proiezione. E c’è un soldato
il cui permesso sta per scadere, destinato all’Algeria e alla sale
guerre.
Sono
forse, in questa varia umanità, proprio le figure maschili a
indicare un altro possibile percorso di lettura: il film è, sì, la
registrazione di una presa di coscienza, suggerita da un timore che
prima genera ansia e poi si fa angoscia (l’attesa del risultato di
un’analisi medica con la paura di essere condannata). È, sì, il
passaggio di una linea d’ombra, quella che separa Cléo dalla
consapevolezza di essere oggetto di consumo (la sua voce nei dischi e
per radio, la sua foto sulle foderine dei dischi e sulle cartoline
autografate), dall’aderire agli schemi bamboleggianti che lo
prevedono (i tantissimi cappellini provati dalla modista prima di
scegliere quello che già aveva deciso di prendere; il monsieur
ricevuto in veste da camera ornata con piume di struzzo nella regale
alcova su cui lui pure si accomoda come su un sofà) a una
consapevolezza che da un certo punto in poi si fa largo e si impone.
Abbandonati negligé e parrucca, Cléo s’infilerà un tubino nero e
s’immergerà tra la gente, lasciando i musicisti e arrangiatori con
cui provava non potendo più reggere la distanza tra il suo stato
d’animo e il loro; lasciando andare per abitudine ma senza vero
rimpianto il suo distinto amico, avaro di visite e di tempo da
dedicarle, ma voglioso di baci. E imbattendosi poi in un giovane,
solo come lei, in un parco. Trovandosi a parlare con lui come con
nessun’altra persona nell’ora precedente. Un giovane che conosce
la propria destinazione e la data di partenza, ma nulla sa di
eventuali ritorni, e che pure trova più bello il vero nome di lei
rispetto a quello d’arte che si è data, che gliene spiega
l’etimologia svelando un animo poetico e sereno.
Cosicché,
quando lui si offrirà di accompagnarla all’ospedale, dal medico
che le ha dato appuntamento per il risultato delle analisi, tutto si
condurrà in un’atmosfera non più d’attesa, ma di inconsapevole
vuoto mentale, come di tranquilla normalità. Il medico – maschio,
va detto – neppure l’attenderà in ambulatorio, ed è solo perché
lei lo vede passare con l’auto che ha occasione di parlargli. Lui
la rassicura senza rassicurarla, dice e non dice, sprizza l’ottimismo
di chi dopotutto sa che in ballo c’è una vita altrui e non la
propria. Col fare di chi sa autorevole il suo ruolo e si aspetta
deferenza, specie da chi giudica probabilmente una giovane viziata.
Per poi allontanarsi con l’auto e lasciare in un mesto e densissimo
zoom indietro, sempre più distanti da lui, la ragazza e il
giovane.
Non
si sa – e perché si dovrebbe, poi? – quali saranno gli sviluppi.
Ma lo spettatore, una cosa, può presumerla. Cléo non sarà più,
probabilmente, la stessa di qualche ora prima. Quando ancora non
aveva parlato con la tassista che non teme di fare un lavoro
usualmente maschile, che non teme le prepotenze e le furbastrerie dei
maschi e all’occorrenza sa come agire e farsi rispettare. Quando
ancora non aveva parlato con l’amica modella, che vive in assoluta
armonia con il corpo e la femminilità che le appartengono, e posare
nuda negli atelier non le crea problema (“Non mi imbarazzano quelli
a cui mi mostro, non vedono il mio corpo, lo guardano e lo riguardano
cercando una loro idea”). Quando ancora non aveva ascoltato il
giovane parlarle non di quanto lo attendesse, ma di quanta purezza e
bellezza possano esistere anche solo in un bel nome che evoca i
fiori, o nello stare nudi, potendo, o in quel primo giorno d’estate.
Il
percorso di Cléo è la fotografia di un cambiamento già in atto,
sui ruoli e sui costumi, sul residuale ma ancor dominante sciovinismo
e sulle crepe già visibili nella sua struttura, sulla società in
trasformazione di cui già si possono calcolare gli orientamenti.
Tanto squisitamente al femminile da evocarne i modelli più alti,
persino le ineffabilità più inattese. All’inizio della sua
importante giornata, e del romanzo a lei intitolato, la signora
Dalloway stabiliva che i fiori per decorare la tavola li avrebbe
scelti e comprati lei, come Cléo il cappellino dalla modista; per
poi, dopo una giornata di commissioni, di visite, di incontri – una
giornata su cui incombe l’inspiegabile senso di un’attesa, il
presagio di un cambiamento imminente, forse letale, certamente totale
– risolversi nell’incontro con un soldato, prossimo a svoltare la
propria vita. E a cambiare inconsapevolmente la sua.
Che
la Varda abbia trovato in Virginia Woolf un’ardente sorella, e un
sentire comune, può sorprendere solo chi abbia del femminismo e del
femminile la più aliena delle idee. E la contiguità con un
capolavoro narrativo può esistere solo con un altro capolavoro:
anche se narrato per immagini.
Francesco Saverio Marzaduri

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