Ecco Renato per esempio…
Ecco Renato per esempio…
“Le mie priorità erano i testi, l’impatto teatrale, una certa idea scenica. Le sue erano diventare ricchissimo e famosissimo, più in
fretta possibile.”
COCHI
PONZONI
Le
sue apparizioni sullo schermo dagli anni Novanta in poi non sono
degne della considerazione
che, nel precedente decennio, ne aveva fatto uno degli beniamini del
pubblico nazional-popolare, e un Re Mida del botteghino. E il
volenteroso tentativo di trascendere una maschera surreale ormai
logorata dal tempo – per la quale tuttora è considerato figura
eponima – a favore d’una prettamente attoriale, suona più
tardivo che sincero. Inevitabile quindi che le partecipazioni nella
miniserie tv Casa
e bottega,
e nelle commedie Oggi
sposi e
Ma
che bella sorpresa,
costituiscano a modo loro una sorta di rimpatriata con un vecchio e
mai dimenticato amico: più un sentore che un sapore, che in pochi
attimi svanisce e cede il posto all’iniziale malinconia.
Un’avarizia
di comparsate, ribadita da occasionali one
man show e
dalla scelta di prestarsi quale testimonial per dubbie campagne
pubblicitarie, rancidi cocci d’un finale di carriera completamente
disinnescato e addomesticato, senza più il successo garantito dalle
mode, accentuato da una prevedibile depressione e un conseguente
ritiro a vita privata: tanto da rifiutare la collaborazione per la
recentissima Biografia
intelligente,
a cura di Andrea Ciaffaroni e Sandro Paté, che ripercorre la storia
dell’innovativo duo con Cochi. Nonostante un umorismo sorridente,
persino a volte irresistibile, ma inflazionato da una produzione “usa
e getta” zeppa di titoli, in cui il vuoto pneumatico dei copioni
grava del tutto sulle spalle: gallina dalle uova d’oro per i
produttori, non c’è spettatore che non ne rammenti battute e
tormentoni da quasi mezzo secolo entrati nell’immaginario
collettivo – dall’avverbio “praticamente” scandito ad
abundantiam
al “bèla gioia” quale prima opzione di approccio, sino
all’iconico “uè, la Madòoona!” e all’onomatopeico “taac”
a scandire scatti meccanici senza ritorno. Da molto però si sospetta
che l’indice-standard d’ogni comicità, quello spunto sociale
presente anche nelle mere confezioni di cassetta proposte e
riproposte dal piccolo schermo (una su tutte, Il
ragazzo di campagna),
passi in secondo piano a pieno beneficio d’uno humour in perfetta
linea coi tempi d’uno show televisivo. Un caso più insolito che
raro di cabaret mal trasposto.
Ciò
non significa, come illustra Valentino Saccà nel proprio volume
dedicato al cinema di Renato Pozzetto, che l’ilarità del comico
lombardo non si possa disaminare per schemi, benché sostanzialmente
gli stessi, quand’anche la figura dell’ingenuo di provincia
sessualmente complessato sfoci in una “maniera” accettata
supinamente. Sicché i disparati canoni della commedia attraversati
da Renato (dalla farsa al buddy-buddy,
dalla sbracata parodia alla favola lunare, senza tralasciare la
formula episodica) rientrano in un incessante rimescolamento del
mazzo, in cui il Nostro è il jolly eternamente trasognato:
picchiatello idealista alle prese con situazioni incomprensibili,
disarmato sognatore invischiato nella frenesia urbana (della cui
purezza all’uopo servirsi per subdoli scopi) o buonuomo posto di
fronte alle proprie nascoste contraddizioni, il personaggio di
Pozzetto ben si armonizza per canovacci in cui la critica di costume
è compensata da uno stravagante candore. Certo, il più delle volte
gli epiloghi imposti sono all’acqua di rose: il che fa di tali
operazioni un trionfo del conformismo, e non è un caso che i nomi
alla regia si ripetano identici (Parenti, Festa Campanile, i fratelli
Corbucci...). Vero è che se innesti nostalgici, e all’occorrenza
drammatici, s’introducono nel percorso riesumando echi zavattiniani
o di cinema hollywoodiano, o classici della commedia italiana privi
del medesimo afflato, il coraggio di sperimentare tinte più forti
induce a ripensare la physique
pozzettiana come a un’effigie straniante (e straniata), e tuttavia
perfettamente adeguata alla torpidezza della mise-en-scène.
Ecco
che l’innocenza pazzerella d’un piccolo industriale che parla coi
volatili come San Francesco, antidoto alle storture del mondo,
detiene lo stesso DNA dell’edipico figlio mammarolo inconsapevole
della scabrosità della propria passione. Persino nel thriller la sua
fisionomia è impiegata dal francese René Clément per Baby
Sitter – Un maledetto pasticcio,
e in duplice apparizione, anche
en travesti,
in Gran bollito di
Mauro Bolognini. Paradossalmente, sebbene non manchino le occasioni
al fianco di autori di cartello quali Risi, Lattuada, Citti, è nei
milieu
a lui più congeniali che la surreale giullarità meglio si esplica,
così pure in panni rivestiti più volte – dal padrone all’operaio,
dal sacerdote all’investigatore – o in compagnia di abituali
partner, maschili e femminili, che ne assecondano la follia da
fanciullone mai cresciuto. Proprio nella sfera infantile, quella che
persevera nella coltivazione del gioco (e del riso) a mo’
d’ininterrotto sogno, Renato restituisce il meglio di sé
ritrovandosi maestro elementare alle prese col sempiterno
incontro-scontro fra settentrione e meridione, e coi rispettivi tabù,
e bambino di otto anni nel fisico, ma non nell’animo, di un adulto
(e pazienza se un certo Sergio Leone giudicò Da
grande un
prodotto demenziale...). Talora la semplicità del contesto alza il
tiro con velleitarismi poeticamente ermetici e, come testimonia
Burro,
privi di adeguata regia, quando non utilizza coraggiosi intenti di
denuncia per operine d’incerto esito (Non
più di uno)
o compromessi da un irrimediabile politically
correct (Mollo
tutto).
Pure, in epoca di nuovi volti nel panorama italiano tout
court,
irritante è la riproposta d’una maschera posta nel proprio
inverso, lontana anni luce dai precedenti fasti, in cui la genuina
volgarità degli inizi si capovolge in una scopertamente patinata e
televisiva; e assai tardivo è il tentativo di rilancio per formule
che sposino la satira al pamphlet
(Anche
i commercialisti hanno un’anima).
La
sensazione, si diceva, è che la vis
di Pozzetto, reggendo a fatica il fardello di lunghi metraggi,
funzioni al cinema solo a certi patti,
al
pari d’un impianto a sketch di breve durata: a questo proposito,
indovinata è la convocazione di Salvatore Samperi per la
trasposizione filmica delle Sturmtruppen
di Bonvi, col cabaret del meneghino Derby che ne raduna i nomi per
intero, incluso Jannacci per l’apparato musicale. E, ancor più
tenace, l’impressione che il vero motore intellettuale sia il
mitico partner Cochi, che non a caso ha incontrato minor fortuna da
solista; cimentandosi poi, sporadicamente, nella regia, Renato non è
riuscito a far crescere con rigoglio la poetica vena, inflazionata da
un bruciante successo ma non priva di originalità. Ed è con
Saxofone
–
operina rifiutata dal pubblico – che chi scrive celebra gli
ottant’anni d’un originale UFO, qui circondato dagli amici di
sempre: vagabondo filantropo con immancabile sax alla mano,
anticonformista guardato storto dalla società milanese “bene”,
al centro d’un apologo in cui, tra svagate figurine di contorno,
l’apparenza di un dropout
filosofo per scelta camuffa il conformismo.
Ma
del resto – cantava più di cinquant’anni fa con l’amico di
sempre – tutta la vita è una ruota: “È la testa che bisogna
cambiare... E non lo vogliono capire, eh?!”.
Francesco Saverio Marzaduri

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