LA BELLA GENTE: la paura mangia ancora l’anima?
La bella gente: la paura mangia ancora l’anima?
Cinquantadue anni sono trascorsi da Teorema, alla cui uscita un fattore di novità – quello che tra i molteplici
ne ha probabilmente mantenuto inalterata la freschezza – era la
semplicità con cui l’autore, con l’usuale acutezza del
sinistrorso scomodo, (s)colpiva la sfera borghese attraverso
l’inaspettata apparizione di una figura “angelicata”. Sino a
porre in dubbio le supposte sicurezze del sistema vigente, e farne
strame non appena tale presenza svaniva.
Sorvolando
sull’espediente della fisionomia dell’ospite,
dalla bellezza in linea con quella dei numerosi giovani volti
ribellisti dell’epoca (ed era la norma in tempi di rivoluzione e
barricate), il tessuto nodale de La
bella gente –
nemmeno il titolo è casuale – parrebbe riecheggiare il capolavoro
di Pasolini, aggiornato, come lecito, ai tempi odierni (ma il modello
strizza l’occhio anche a Maselli). E il paragone non è troppo
azzardato, giacché il regista Ivano De Matteo inscena il dramma di
una coppia borghese alle prese col dilemma degli ideali ormai
azzerati: un nuovo gruppo di famiglia, fotografato sia all’esterno
che all’interno. L’occasione per mettere in discussione la
buonafede socio-ideologica, sulla falsariga di un nostrano Indovina
chi viene a cena?,
deve misurarsi con un altro inevitabile elemento: l’arroganza del
ceto medio, sedicente democratico, che non rinuncia agli agi e alle
comodità, alla villa con piscina o al domestico di colore. Le
questioni di comodo sono il riverbero di fronte a cui si ritrova la
protagonista, impegnata in un’agenzia di assistenza contro l’abuso
sulle donne, troppo tardi realizzando di non poter tornare indietro.
Come l’ospite, la giovane prostituta ucraina Nadja-Victoria
Larchenko, è accolta da un demiurgico angelo che la trasforma in una
figura, a sua volta, angelica, ignaramente destinata a palesare il
caos calmo di un assetto superiore al suo, indotto a far i conti con
le proprie contraddizioni.
Pure
senza l’utilizzo di simbolismi visivi, De Matteo disegna un
emisfero permeato di bellissimi giardini e di ville sontuose, dove la
bella vita non manca – ma lo spettatore deve attendere un bel po’,
prima di vedere stampigliato il titolo del film sullo schermo.
L’eguale emisfero che, dietro le lenti rossastre di un paio di
occhiali da sole, svelano la mostruosa deformità di un climax
pronto a guardare l’estraneo come un’ineludibile vittima
sacrificale. Dall’alto in basso Nadja viene trattata dagli
arricchiti amici di chi le garantirebbe aiuto, senza che i propri
filantropi facciano granché per assumerne le difese. E non manca
chi, a conoscenza della sua origine, le chiede se le occorra del
denaro.
La
bella gente giunge
con sei anni di ritardo nelle sale italiane, dopo aver fatto il giro
del mondo tra festival e rassegne internazionali. Ma non è difficile
carpire il motivo di questo ritardo o la sua fugace distribuzione in
sala dopo la pausa estiva: si tratta di un apologo conciso e cattivo,
teso a raffigurare la metà buonista di un certo partito – ebbene
sì, quello attualmente in carica – e quella più sincera e
classista, celata tra le pieghe e pronta ad esplodere per una
relazione, pulita sulla carta, alterata dagli equivoci del caso. Ma
anch’essa si rivela un interessato egoismo che condanna la giovane
alla solita condizione. Un inusuale mélo
che
guarda pure a un altro cineasta, che della quotidiana sofferenza
verso sé stesso e l’ambiente circostante ha fatto una cifra priva
di perifrasi: Fassbinder (per più di un verso, La
bella gente riecheggia
il dolente La
paura mangia l’anima).
E già lo sgradevole ruolo di Flaminia-Myriam Catania, fidanzata di
Giulio-Elio Germano, è lì ad asserirlo, e non solo quello.
L’estremo
apprezzamento va a un cinema, il nostro, ancora capace di offrire
aneddoti simili senza ricorrere ad ambizioni o a pindarici voli.
Senza ricorrere alle “seghe mentali” cosiddette, e a causa –
ossia in virtù – di questa scomodità, di difficile uscita. Un
cinema medio, certo, che da tempo non riesce a trovare, né
probabilmente troverà un pubblico disposto a seguirlo, perché non
più disposto a pensare (il ceto che De Matteo condanna) e che
rifugge, come la coppia protagonista, dalle proprie remote paure e
insicurezze. Una volta allontanata la ragazza, il quadretto
conclusivo della coppia Alfredo-Susanna, che torna a sorridere come
nell’incipit, fa pensare che l’aiuto
non sia stato altro che una trovata per rinfocolare il legame e
optare per una via più vantaggiosa.
Ma
Nadja non va veloce come Vesna: quest’ultima non risaliva sul
pullman turistico, optando per una condizione di prostituta per
sopravvivere in Italia, laddove non è dato sapere se l’ucraina de
La bella gente sale
su di un treno. Anomalo horror in sottrazione sullo scontro di
classe, giustamente il film di De Matteo si sospende al livello di un
ambiguo quid,
deleterio come il gioco velleitario, divenuto via via pericoloso, di
Susanna e Alfredo (del quale pure la recitazione della Guerritore, di
estrazione teatrale, è studiato coefficiente). La presenza di camera
car dalla
guida invisibile, che non si frena all’effetto sorpresa per cui
Nadja finisce spaventata vittima, o l’insistenza della m.d.p. sulla
soglia di casa dei protagonisti non possono non far presagire
qualcosa di sinistro. Ancora si avverte una presenza, mentre il
citato treno, terminati i titoli di coda, si allontana sfumando in
una sfocatura...
Francesco Saverio Marzaduri

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