Price & Glory: OSCAR INSANGUINATO
Price & Glory: Oscar insanguinato
“Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?”
PIERO CIAMPI
Quando il raccapriccio concilia con la commedia: se ci s’abbandona per
qualche oretta al black
humour più
perfido, condito d’un nonsense
neppure troppo velato, si intuisce perché il “teatro di sangue”
– come declama il titolo originale – di Oscar
insanguinato
non denunci tuttora la minima scalfittura rispetto al pravo smalto
con cui si presentò. Sulla falsariga del bel dittico dedicato al
dottor Phibes, in cui consumava una vendetta seriale ai danni degli
assassini della moglie prima di tentarne la resurrezione, un Vincent
Price già anziano ma non meno luciferino scruta i più reconditi
anfratti della psiche e, grazie al consueto charme
d’incontrastato mattatore, cattura il pubblico per un’ora e
quaranta di proiezione. Entro una confezione
all british irta
di comprimari e maestranze indiscutibilmente annessi al comparto
filmografico inglese, sotto la direzione del pur non eccelso Douglas
Hickox, seguiamo la ballata macabra d’un consumato guitto da palco,
Edward Lionheart, deciso a sfogare la propria rabbia omicida sulla
critica upper
class
rea di non avergli conferito una prestigiosa onorificenza, a suo dire
meritevole, preferendogli un interprete più fresco e forse meno
talentuoso. Complice l’apporto della figlia Edwina (la mitica Diana
Rigg della serie tv Agente
speciale),
la faida è introdotta da un incipit in cui l’uomo, abbigliato da
bobby,
lascia che una combriccola di avvinazzati clochard
in
un magazzino abbandonato pugnali la prima vittima con bottiglie di
vetro infrante, per concludersi nel rogo d’un teatro con la morte
del Nostro; per il quale l’ultimo bersaglio, scampato per un soffio
a un accecamento, serba giusto un riconoscimento sulla sua abilità
nell’uscir di scena. Siamo ben lontani dalla sete di giustizia
della
Sposa in nero
Julie Kohler, indotta solo dalla volontà di eliminare gli assassini
del marito, rivendicandone l’uccisione e impedendo che alcuna
accusa ricada su altri. Quanto sia probabile che Tarantino si sia
rammentato di tale schema per Kill
Bill – schema
peraltro classico – non è dato sapere, ma Oscar
insanguinato ne
è
ulteriore
ipertesto: si può scommettere che lo abbia visto e gli sia piaciuto
assai, conoscendolo per opere e dichiarazioni; che se ne sia
appuntato la componente grandguignolesca e ferocemente ilare, nel
roboante crocevia di morti ideate (e inscenate) per contrappasso,
tutte ispirate alle tragedie shakespeariane. Non sempre il colpaccio
va a segno e, per quanto necessario, talvolta la resa scenica
tralascia gli eccessi: si prenda la ritorsione sulla falsariga di
Otello,
in cui, convinto di un inesistente tradimento coniugale, è il
predestinato a far fuori la moglie subendo una condanna
all’ergastolo, o il duello coi fioretti – nient’altro che una
pausa tonale – in cui Lionheart affronta il pezzo grosso della
critica ferendolo senza volerlo uccidere – e lo stesso promettente
epilogo si risolve in una blanda maniera catastrofica. Ma il restante
florilegio, nonostante un’ironica cornice art
déco
sacrificata da un’impostazione televisiva, è uno spasso
d’assortita e perversa fantasia, in cui non si risparmia nemmeno la
critica femminile in stile Hedda Hopper, letteralmente arrostita
dalla propria vanità (il salone dal parrucchiere trasformato in una
sedia elettrica). C’è perfino la stoccata al consumismo più
avido, di cui fa le spese un goloso recensore cui Edward, a sua
insaputa, cucina un pastiche
coi suoi adorati barboncini costringendolo a ingurgitarlo sino a
soffocarlo. Aveva ragione Tullio Kezich scrivendo che con Price siamo
davvero all’università dell’orrore. Accentuato da un’iperbolica
mise-en-scène
e
da una recitazione volutamente sopra le righe, Oscar
insanguinato
è una deliziosa favola moralista d’incandescente forza tragica:
mentre da un lato ci si spaventa per le (lucide) follie nefande d’un
protagonista ogni volta reso irriconoscibile da vistosi camuffamenti,
dall’altro, un osservatore ineluttabilmente invischiato nella morsa
non può non provar compassione, o persino tifare, per quella
patetica figura, così intrigante perché, mentre se ne deplorano le
azioni, in larga misura s’interpreta quale diabolico mantra dei
nostri stati d’animo. Complice un colpo al cerchio dei sedicenti
acculturati e l’altro alla botte delle loro pance vuote, gli uni e
le altre atrocemente puniti con espedienti gore
debitori della lezione cormaniana (che persino preludono alla
buffoneria nichilista dei Monty Python), meritoriamente soddisfatta è
la derisione di un’élite
egocentrica e fredda, evanescente e mediocre: nulla più d’una
raggiera di arroganti arricchiti, autoreferenziali e sostanzialmente
vuoti, edificata su giudizi falsamente consenzienti e soggettive
preferenze, di cui fa le spese la versatilità, se non la passione,
di qualsiasi artista. Milieu
incapace di cambiare opinione anche a prezzo di esistenze segnate
dall’umiliazione, che una morte inscenata riesuma in un’estrema
occasione di riscatto (non a caso, il solo pubblico condiscendente di
cui dispone è una combriccola di barboni). Poco interessa che il
ribrezzo, un po’ come nel terzo segmento di Trilogia
del terrore,
sia più sensoriale che visivo: lo spettatore cinefilo ben conosce
tale casta, detestata per la supponenza e il dotto quanto esibito
nozionismo vanamente sfoggiato, ma pur chi nulla sa di tutto questo è
messo nella condizione di esecrare lo stralcio di mondo che gli viene
presentato – e viziosamente descritto – godendo, beffardo, a ogni
efferato delitto. Se ne delinea il ritratto d’un instancabile
mediocre, a modo suo un eroe, tanto convinto del proprio talento da
non poter accettare il superamento dei tempi, per il quale la
concezione di “gloria” è solo contemplata. Anche più che in
Birdman,
che pur realizzato una quarantina d’anni dopo ruoterà su un tema
affine, l’inappagata brama di meriti tesi a compensare la bravura
tocca, qui, vertici di cattiveria tanto paradossali da suscitare
empatia, e – facendo i conti con la propria metà oscura –
evocare una mentale resa di conti con gli antagonisti di ciascuna
sfera quotidiana. E chi scrive, dovendo contentarsi della semplice
fantasia, non nasconde d’aver immaginato il medesimo schema per
parecchi scribi del settore, divertendosi a fantasticarne
giocosamente e gioiosamente analoghi scenografici trapassi. Ma si sa,
l’ironia in punta di fioretto è privilegio di pochi, e solo a
pochi consentito: l’immortale Bardo, tirato in causa, lo sapeva
bene: “Il piacere e la vendetta sono più sordi del serpente alla
voce di una decisione equa”. Sic
docet!
Francesco Saverio Marzaduri

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