Scena e messinscena nel cinema di regime
Scena e messinscena nel cinema di regime
Al
culmine del regime
di
Ceauşescu,
iniziano a circolare film d’intrattenimento di genere assortito:
dal bellico al western, dal poliziesco alla commedia, con particolare
attenzione al prodotto storico, pur con qualche titolo d’essai
concepito per i festival esteri. Nel 1980 si giunge a un massimo di
32 pellicole, prima che il numero si stabilizzi tra i 28 e i 30 a
causa delle difficoltà economiche. Invano il regime cerca di cooptare cineasti meno gestibili politicamente ma di
collaudato talento, prima che si crei un corpo autoriale incline a
seguire le tesi di Stato, costituito tra gli altri da Gheorghe
Vitanidis, Mircea Drăgan, Virgil Calotescu e, soprattutto, Sergiu
Nicolaescu. La cooptazione di registi meno talentuosi ma più
allineati fa sì che le principali opere di propaganda siano respinte
dal pubblico, e pochi sono i titoli che ne incontrano i favori; della
cinquantina di autori
che
ruota intorno ai Buftea Studios, non tutti di livello, circa una
ventina però risultano validi professionisti, e il ruolo dello
sceneggiatore nella produzione comunista romena conta assai più del
regista: Titus Popovici, il più importante screenplayer
di
confezioni storiche della costituenda “National
Cinematic Epics”,
probabilmente è anche il più
prezioso scrittore della produzione nazionale, abile nel camuffare
messaggi ideologici in opere commerciali.
A causa
del capolavoro “maledetto” Reconstituirea,
l’eversivo Lucian Pintilie allarma i vertici dell’apparato
statale che avvertono la necessità di analizzare la pellicola e
adottare contromisure, affinché la circostanza non si ripeta. Il 10
febbraio ’70 si tiene la riunione nell’ufficio delle questioni
organizzative della Segreteria del Comitato Centrale del Partito
Comunista Romeno, presieduta da Ceauşescu in persona, che
dichiara:
“Mi
sembra, per quanto concerne questo film, che le cose siano esagerate.
Criticare alcuni miliziani: e loro? Nei paesi capitalisti la polizia
è criticata ogni giorno. Ciò ch’è negativo, a mio parere, è che
la nostra gioventù si offre come primitiva, il che non è vero, e
poi il modo in cui è esibito il pubblico, quella folla di gente.
Possono criticare i miliziani, perché di imbecilli ce ne sono tanti.
Qui l’accento è posto su tale punto, non sul fatto che i nostri
giovani e il pubblico sono resi in forma distorta. La nostra stessa
critica non ha segnalato queste carenze. Da qui inizia il problema,
poiché la milizia non accetta d’esser giudicata. La critica si
sposta su altre basi, concentrandosi su quanto è reale. Dopotutto,
non c’è nulla in quest’opera dal punto di vista artistico.
Tenetelo sul mercato finché gli spettatori verranno e andrà in
concorso, frattanto prendiamo provvedimenti per fare solo film che ci
corrispondano.”
Nonostante
sia quello un
periodo
di relativa libertà in cui Ceauşescu riavvicina al PCR artisti e
intellettuali, l’intervento punta nell’opposta direzione.
Trattasi del preludio alle “Tesi di luglio” [1] del ’71: il
Conducător
non
intende tanto qualificarsi come esperto critico, quanto controllare
lo stato dell’arte cinematografica nel Paese. La sua pretesa
competenza si mostra nell’espressione “dopotutto,
non c’è nulla in quest’opera dal punto di vista artistico“,
che ne rivela la faziosità e l’impreparazione di spettatore. Da
segnalare come Ceauşescu, o chi per lui [2],
sposti
l’attenzione dal trattamento riservato ai miliziani, emanazione
dello Stato (è concessa perfino la possibilità che vi siano
imbecilli tra loro e la milizia non accetti d’esser giudicata), a
quello verso i giovani e il popolo, sostenendo che Pintilie denigri,
con la sua raffigurazione, il socialismo e la Patria e additandolo
quale nemico del Paese, valido solo per l’Occidente. Il leader
ribadisce tale teoria il 4 agosto ’83, accusando Faleze
de Nisip di
Dan Piţa d’inadeguata rappresentazione della gioventù. Al termine
dell’accusa verso Pintilie, il Geniul
Carpaţilor
traccia
la via da seguire (“Prendiamo provvedimenti per fare solo film che
ci corrispondano”), decidendo di sfruttarne il potenziale quale
arma ideologica trasformandola in industria asservita alla politica,
con una produzione incentrata su due direzioni prioritarie: la
confezione storica – che collega il regime a un passato
legittimante rafforzando il culto del dittatore – e quella
d’attualità.
Se i romeni hanno giusto due ore di
programmazione quotidiana in televisione, e il numero complessivo di
film stranieri in sala diminuisce sino a scomparire, Ceauşescu è al
corrente delle novità dell’industria cinematografica mondiale:
egli non solo guarda tutti i prodotti nazionali, ma pure ogni
possibile pellicola hollywoodiana, cui assiste nella sala di
proiezione della propria residenza. Nel tempo, la famiglia Ceauşescu
raccoglie un’impressionante collezione tra VHS e formati come
l’U-matic: sfilano western, episodi della serie James Bond, titoli
francesi con Delon o Belmondo (tra cui Borsalino)
e opere sperimentali quali Koyaanisqatsi
di
Reggio o Future
Shock
di
Toffler. Tra i lavori romeni “problematici”, Glissando
di
Mircea Daneliuc non
ottiene per quasi un biennio il visto-censura per la tivù, e
nell’autunno
dell’84 – esaminato dalla signora Ceauşescu, coordinatrice in
seconda del settore culturale – esce dopo che l’autore vi apporta
modifiche (ma la donna, stando alle testimonianze, non comprende bene
l’opera e perfino s’appisola durante la proiezione). Nella
collezione dei “Ceauşti”, tra le pellicole predilette, si
ricordano Ben-Hur,
Quella
sporca dozzina,
Sole
rosso,
Taxi
Driver,
Tutti
gli uomini del presidente,
Atlantic
City, U.S.A. e
la saga Mad
Max [3].
Ancora,
tra le confezioni turche
presenti figurano Şöför
Mehmet
di
Sırrı Gültekin, Kaderimiz
di
Melih Gülgen, Petrol
Krallari di
Zeki Alasya o Ayrılık
di
Türker İnanoğlu (pressoché assenti, all’epoca, risultano le
produzioni turche nei cinema romeni).
Membro della
redazione della rivista “Technium”, edita
dal
Comitato Centrale dell’Unione Gioventù Comunista, l’ingegnere
Stejărel Grînea gestisce la videoteca di famiglia facendo doppiare
le cassette in romeno. In molti, conoscendo
la realtà sociale degli Anni Ottanta, si chiedono se i Ceauşescu
siano a conoscenza dell’attività della rete clandestina nella
distribuzione e relativo doppiaggio di nastri dal 1985 al 1989,
guidata dall’ingegnere Teodor Zamfir (del cui modus
operandi
testimonia
in dettaglio Chuck
Norris vs Communism
di
Ilinca Călugăreanu). Benché non vi siano prove
che il dittatore guardasse film doppiati da Irina M. Nistor, in
raccolta vi sono nastri con timbro maschile (probabilmente dell’altro
traduttore del settore, Mircea Cojocariu), a suggerire come
l’esistenza di questa rete sia nota ai più alti organi di
potere.
Nel primo ventennio del Dopoguerra risulta
pressoché inesistente la confezione storica in Romania; ma, con le
nuove indicazioni di Ceauşescu, numerose produzioni sono lanciate in
sala, raggruppate nel programma ideologico “Epics”.
Senza
dubbio il kolossal
ha
in Nicolaescu il suo principale fautore: l’ideologia che ne ammanta
quasi per intero la filmografia, dietro l’esaltazione dei
valori-fulcro dell’assunto, non nasconde una certa perseveranza
demagogica in odor di populismo – il tripudio della marzialità, il
culto del leader forte, il misticismo del legame organico tra questi
e il popolo – tanto più se il potere è ostentato da una politica
sensibile alla mitologia e al travisamento storico. Nessuno ne
sospetterebbe in filigrana la deliberata strategia propagandistica:
ragion per cui, le pellicole in oggetto suonano di difficile
contestualizzazione e di non meno ardua distribuzione oltre i confini
nazionali. Né stupisce, ai tempi, la comune emozione dei giovani
spettatori romeni e il rispettivo impatto dinanzi alla
spettacolarizzazione d’un evento opinabile sotto la scorza di
pompose messinscene, in linea con la romanzata esaltazione, carente
di sfumature psicologiche ma colma di icone storiche assurte a
leggende. Profondo quanto collaudato è il divario realtà-mitologia.
Incongruenze temporali o impianti scenici uniformi ai limiti della
ridondanza accentuano la povertà di mezzi nella restituzione; tali
pellicole paiono insomma studiate per un pubblico desideroso di
evadere da una situazione di collettivo disarmo.
Negli
Anni Sessanta, la volontà di staccarsi dal blocco sovietico spinge
la Romania verso un crescente nazionalismo; così, una volta varato,
il fenomeno “film storico” conosce enorme successo, delineando
una singolare forma di cinema commerciale “di regime”: si va
dalla serie Haiducii
di
Dinu Cocea a La
colonna di Traiano
di
Mircea Drăgan, passando per I
daci e
L’ultima
crociata,
appunto di Nicolaescu, con Popovici a sceneggiare il secondo.
Haiducii
è
la più popolare tra le serie d’avventura di cappa e spada
(ispirate all’omonima pellicola scritta e diretta da Horia
Igiroșanu
nel
’29), dov’è facile percepire come eroi nazionali(sti) i
fuorilegge dei Carpazi, che depredano i ricchi a favore dei poveri
instillando il terrore nel cuore del tiranno. A conquistare
maggiormente il pubblico è il
pathos
che
ammanta I
daci e
L’ultima
crociata,
tanto la sincera ingenuità di entrambi fa sì che il successo si
faccia fenomeno sociologico (soddisfacente sul piano propagandistico,
il secondo è tra i più visti e amati). Persino la critica è
indulgente, non solo per autocensura ma perché convinta che tali
prodotti consentano alle masse di carpire i problemi
dell’indipendenza, e dell’antico orgoglio nazionale, come
esigenze del presente [4].
La
cinematografia
volge al passato remoto, nonché alla storia recente o contemporanea,
per la “romenizzazione del comunismo”: storici romeni sono
incaricati di rivedere la liberazione del Paese dal fascismo,
enfatizzando l’esile resistenza locale e il ruolo delle unità
militari, rimarcando al contempo le note tradizioni nella lotta per
il socialismo; alla cinematografia spetta il compito di contribuire a
eliminare il ruolo della nazione a fianco della Germania durante il
Secondo Conflitto, prima d’esser occupata dalle truppe sovietiche
nell’estate del ’44. Le pellicole sulla revisione storica si
riducono perlopiù a esaltazione dell’eroismo romeno (i comunisti
durante la resistenza, i soldati nella lotta contro il fascismo, il
proletariato che porta alla vittoria il Partito).
Nel ’71,
poiché il processo d’attualità s’ammanta d’ortodossia
ideologica, il regime sceglie di girare titoli polizieschi: ancora
Nicolaescu, specialista in produzioni d’ogni genere, è l’eponimo
alfiere del comunismo nazionale di cui si ricordano Cu
mâinile
curate,
Ultimul
cartuș e
Un
comisar acuză.
Se i filme
poliţiste
sono
girati a scopo politico e d’intrattenimento, alcuni promuovono
l’industrializzazione della Romania fornendone un ritratto
idilliaco, insieme alle relazioni conflittuali coi paesi occidentali:
i villain
non
possono esser criminali nativi – a suggerire che il Sistema da
tempo se ne sia occupato – bensì occidentali nel tentativo di
trafugare progetti e conquiste tecnologiche agli scienziati romeni, o
cittadini che rifiutano di capire gli irrefutabili benefici del
collettivismo. Altri accennano all’attività di comunisti
clandestini contro i legionari, durante la guerra: posizione di
duplice retorica nazionalista, impostasi sottolineando come la
società abbia da lustri superato gli errori dei legionari o il
regime di Gheorghiu-Dej. Altri ancora, semplicemente, mostrano agenti
abili, opportunamente addestrati e moralmente
irreprensibili.
Scritto da
Nicolae Ştefănescu, Şapte
zile
di
Mircea Veroiu modifica una
volta
per
tutte
l’immagine
dell’uomo
di
legge,
nelle
spoglie d’un
metodico
agente
del
controspionaggio
alle
prese con una banda
di
colleghi
stranieri
che
sottrae
uno
speciale campione
d’acciaio
ad opera di ricercatori
romeni.
Forse
imposta
dalla
propaganda,
l’ipotesi
di
Veroiu è che
le
autorità
lavorano
così
bene
che
gli
antagonisti
neppure
si
rendano
conto
d’esser spiati. A
sorprendere
sono
gli scarni dialoghi
in
un’epoca
di
confezioni
nazionali sin
troppo
sature
di
slogan,
in accordo con scenari
spogli in strade plumbee, sotto una pioggia incessante:
l’esito è un thriller sofisticato che osa inscenare un dolente
ménage
à trois,
incastonato in un intrigo di spionaggio industriale – da sempre
fatto privato e borghese, trattato al pari di quel “bene supremo”
ch’è la salvaguardia della collettività statale. In Cercul
magic,
che David Reu dirige su uno script
di
Nicolae Mărgeanu [5]
e Cora Vulcănescu, gli
agenti
si presentano di gran lunga più avveduti di malviventi che
commettono omicidi semplicemente perché non s’integrano nel
sistema socialista. Oltre a ciò, s’evince il tentativo
di
umanizzare le forze d’ordine attraverso il
personaggio letterario del maggiore Vigu, che,
al
di là d’indizi
brillantemente inanellati, è preda di dubbi ed errori commessi in
passato. Al
centro di Şantaj
di
Geo Saizescu, che firma lo script
al
fianco di Rodica
Ojog-Brașoveanu [6], ingegneri
che conseguono diplomi di laurea in modo fraudolento sono ricattati
da un gruppo
straniero per fornire aiuto nello spionaggio industriale: la
promozione d’industria va di pari passo con lo spettro del pericolo
esterno e coi servizi segreti, volti a difendere impeccabili il
Paese. È Minerva Tutovan, ex insegnante di matematica ora maggiore
di polizia, a sventare i traffici della banda estera.
Diretto
da Nicolae Mărgineanu, che co-sceneggia a quattro mani con Haralamb
Zincă [7], Un
om în loden narra
d’un ingegnere minerario e un suo ex amico, militante nel movimento
legionario, in cerca di vendetta ad ogni costo; tornato dall’estero,
ove
ha
vissuto
per
un trentennio,
cova
profondo
risentimento
verso il marxismo che manifesta nel tentativo di carpire informazioni
sulle miniere di uranio romene. Trattasi d’un mystery-thriller
dalle atmosfere estremamente cupe e di grande suspense,
che restituisce l’angoscia e il disorientamento d’un uomo sotto
minaccia, stemperando la crescente tensione – complice una
peculiare causticità romena – finché lo showdown
ristabilisce
la giustizia proletaria, benché la Securitate
risolva
il caso non senza difficoltà. Su soggetto di Florin N. Năstase,
Ancheta
di
Constantin Vaeni rispecchia l’idea della professionalità senza
precedenti degli
agenti
romeni,
promuovendo il settore industriale nel suggerire che chi vi opera sia
volenteroso, ambizioso e desideroso di far del proprio meglio. In
Sfîrşitul
nopţii
di
Veroiu, scritto da Marian Iordache, un giovane tranviere, influenzato
negativamente durante l’esistenza, incontra un magistrato sensibile
e integerrimo che sceglie di trascurare il proprio privato per
ricondurlo sulla buona strada; al di là dei doveri professionali, il
procuratore s’impegna in un’inchiesta per constatare l’innocenza
del giovanotto che avrebbe provocato la morte d’un pedone. Girando
in bianco e nero – eccezion fatta per il segmento finale, allegoria
della nostalgia per il natio villaggio, anelato dai personaggi dopo
la traumatica esperienza urbana – l’autore sfida le regole della
censura ostentando lo spazio metropolitano, Bucarest in particolare,
con rifugi per senzatetto, strade colme di buche, equivoci locali
notturni e malintenzionati forestieri. Anche Lovind
o pasăre de pradă di
Iosif
Demian, sceneggiato da
Petre Sălcudeanu [8], presenta un agente benigno verso i colpevoli
purché accettino di cambiare (ma essi non possono né vogliono).
Almeno
un paio i tropi canonici: gli assunti si svolgono in tutto il Paese,
sì da creare una più immediata identificazione pubblico-personaggio
e sbugiardare i principali attivisti ancorati alla prosperità
borghese; occupandosi solo di facciata del comunismo e dell’uomo
nuovo,
la presunta lotta s’arena ai discorsi.
In O
lacrimă de fată [9],
diretto
da Demian su un copione di Sălcudeanu [10],
il
presidente della cooperativa agricola ammette di possedere più
terreni rispetto a quanto trapela dai documenti, in ogni caso noti
al PCR del distretto. Ancora, questi polizieschi recano due tipi
d’atteggiamento sanzionatorio: i delinquenti possono godere d’una
seconda chance, se esprimono la volontà di redimersi, ma se si
tratta d’agenti stranieri lo Stato è impietoso. Tanto negli Anni
Settanta
i villain
son
sempre puniti, quanto negli Ottanta ha luogo il recupero
socio-ideologico dei nemici del popolo; tali produzioni offrono
giovani invischiati in avverse situazioni da cui faticano a
liberarsi, o rei pentiti, riabilitati e reintegrati in società. Il
potere mira a dimostrare che chiunque può “guarire”:
l’importante è desiderarlo e trovare il giusto esempio. Si
segnala, infine, come le vittime siano in gran parte femminili: in O
lacrimă l’indagine
sulla morte per annegamento d’una giovane agronoma – avvenuta a
Sălcioara,
cittadina nella Valea Mureșului – conduce un maggiore e
l’assistente
a ricostruire le circostanze in cui la ragazza è stata uccisa;
smentendo le ipotesi, l’omicidio non è una questione “passionale”,
ma la conseguenza di conflitti d’interesse nel villaggio che la
defunta tentava di portar alla luce. Incaricata di documentare la
risoluzione del caso, una troupe cinematografica ricostruisce la
scena del crimine, ma pure una serie di ritratti degli abitanti
intervistati; dando vita a un dialogo tra le due prospettive –
l’occhio nudo degli inquirenti e la lente della camera –
l’interazione
tra mezzi d’inchiesta
costituisce la reale drammaturgia d’un
esperimento meta-filmico.
Affine
è la trama del menzionato
Lovind:
un’adolescente
è vittima d’un
incidente stradale, ma l’autopsia svela che la morte risale a molto
prima del fattaccio; “Bunicul” e l’assistente
scoprono che il presunto responsabile, un chirurgo, è ricattato
dalla zia della vittima e da gente priva di scrupoli.
La pellicola vorrebbe
abbattere i limiti del poliziesco, senza riuscirvi appieno,
risultando una sorta di sequel,
ambientato in un contesto urbano, di O
lacrimă.
Assassinate, per colpi d’arma da fuoco, sono poi la
sorella dell’ingegnere protagonista di Un
om e
la
giovane coniuge d’un
noto pittore in
Cercul.
Il
citato Şantaj,
per la prima volta, mostra una donna a capo d’una squadra
investigativa: il
maggiore Tutovan
riesce
a ottenere la parità di genere lavorando il doppio dei colleghi,
benché pur
sempre costretta a far coppia con un uomo, addirittura un suo
ex studente. Il
regista risolve la rivalità uomo-donna in una società patriarcale
utilizzando accenti umoristici tipici del suo stile, dipingendo la
prima come arguta, bellicosa, piena di risorse, e il secondo come
ottuso, remissivo, limitato. Al
pari di titoli inerenti l’attualità del tempo, i filme
polițist
offrono
un quadro abbellito, ove tuttavia persistono carenze e dilemmi
indipendenti dalla società: spesso le indagini non sono che pretesti
per elogiare la professionalità degli agenti, indicare i problemi
esistenziali che il governo combatte, o l’idea del Partito/Stato
quale onnisciente. In tali prodotti, investigatori eticamente
ineccepibili debellano con maestria e dedizione ogni violazione
dell’ordine costituito: uomini di straordinario coraggio,
ingegnosi, pervicaci e bendisposti, secondo l’immagine positiva del
tutore d’ordine promossa dalla propaganda.
Sebbene
la storia del cinema poliziesco nazionale detenga origini più
antiche, nel
decennio Settanta la Repubblica Socialista Romena vive un’autentica
“epoca d’oro” per quanto concerne il filme
polițist
o
le storie di milițieni.
Concepiti dietro stretto controllo della censura statale, alcuni
thriller
d’inchiesta, gialli, confezioni di spionaggio industriale offrono
maggiori elementi psicologici, sociali e di scomoda attualità
rispetto al poliziesco d’azione maggiormente apprezzato dal regime:
produzioni
rappresentative sottostimate, ignorate o, in certuni casi,
ostracizzate dalle autorità. I cineasti che non si conformano
scompaiono gradualmente, banditi o bloccati, giacché l’uomo
nuovo romeno deve
edificarsi anche con l’ausilio della cinematografia.
[2] Invero la visione del film è possibile grazie all’apporto di Dumitru Popescu, segretario del CC e responsabile settori della Cultura e delle Arti, che ne approva la “distribuzione”, ancor valida, nonostante la necessità di ritoccare alcuni estratti. Né s’esclude che Constantin Mitea, consigliere personale di Ceauşescu, sia artefice delle intuizioni di quest’ultimo.
[3] Oltre ad approvare i piani tematici annuali della filmografia nazionale, e ad assistere a gran parte delle produzioni di Buftea, la signora Ceauşescu guarda anche prodotti stranieri (oltre ai citati titoli statunitensi, sono recuperate numerose cassette con produzioni turche). Se i romeni iniziano a seguire e amare le soap opera turche nel Duemila, già Elena serba nella collezione pellicole girate a Yeşilçam dall’inizio del nono decennio del secolo scorso: tali nastri, tutti originali (in gran parte commedie romantiche, forse ricevute in dono), ne svelano la costante conoscenza di novità del cinema turco ma pure la sensibilità verso questa produzione. Sembra, infine, che l’attrice Violeta Andrei (sposata allo Ştefan ministro degli Affari Esteri dal ’78 all’85) decida di partecipare a quattro western girati in Jugoslavia, anche a causa dell’invidia e gelosia di Elena.
[4] “Negli anni ’60 non sentivamo l’idea nazionale come un’ideologia”, riporta Mircea Martin, “al contrario, come una non-ideologia, comunque come una liberazione dal peso dell’ideologia comunista-terrorista. Negli anni ’80, l’idea nazionale si è trasformata in un’ideologia, nel senso che è stata asservita a una politica ufficiale”. Cfr. MARTIN, Mircea. Contenuto in: Sighet Annals: Years 1973-1979. Cronaca della fine del sistema, vol. X, Fondazione Accademia Civica, 2003. Pag. 601.
[5] Tratto dal proprio omonimo libro.
[6] Soprannominata “l’Agata Christie della Romania”, le sue opere consistono principalmente in romanzi e racconti polizieschi; lo script, nello specifico, riadatta Omul de la capătul firului.
[7] Tratto dal volume di questi, Moartea vine pe bandă de magnetofon.
[8] Trasposizione del proprio romanzo Bunicul şi o biată cinste.
[9] La pellicola scatena un moto d’indignazione tra le autorità nazionali, il che non impedisce, due anni dopo l’uscita, la sua presentazione a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”.
[10] Lo scrittore è ideatore del personaggio “Bunicul”, protagonista d’una serie di romanzi polizieschi assai in voga all’epoca; il film traspone il suo Bunicul și o lacrimă de fată.

Commenti
Posta un commento