THE VALLEY WHERE “LOAB” LIVES

The Valley Where LOAB Lives 

Sempre più al centro dell’immaginario collettivo, l’Intelligenza Artificiale, tra i suoi obiettivi, impiega dati e informazioni verificate per elaborare risposte, risolvere problemi, addestrare modelli. Allo stesso modo, il cinema contemporaneo attinge alla sua storia per edificare il proprio linguaggio ricorrendo a un incessante processo di citazione, omaggio, riscrittura: grammatica fondativa della narrazione visiva in cui ogni nuovo film dialoga costantemente col proprio archivio, il “citazionismo” rielabora la Settima Arte componendo nuove opere, complici l’omaggio e la re-interpretazione di codici preesistenti. Regista e visual artist non insensibile alla filosofia, con un apprendistato per Farocki e Haneke, l’austriaco Georg Tiller restituisce gli effetti dell’IA confezionando un cortometraggio di venti minuti circa tramite l’applicazione Promptus, in cui la suggestione per il “mondo possibile” pluridimensionale ne accentua l’attrazione, senza azzerarne completamente la resistenza. Protagonista di The Valley Where LOAB Lives è una creatura prodotta dalla disciplina informatica, la LOAB del titolo, accolta come primo “criptide” dell’era digitale, trasparente allegoria di mente e sguardo dell’odierno spettatore: la vediamo attraversare lo schermo e la sua stessa icona, tra il fascinoso e l’orripilante, lungo un dedalo caleidoscopico e multifacciale, che muta lo scenario nell’istante in cui il nostro magazzino di ricordi è trascinato nell’interattivo gioco di specchi. Non è un mistero che tra i vantaggi dell’IA figurino riduzione di tempi e nuove opportunità creative; e tuttavia permane il dubbio che il coacervo di luoghi topici, assimilati e riproposti in qualità sempre più ottimale, susciti freddezza dietro l’ipnotica spoglia. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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