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Te la do io l’America: FAHRENHEIT 11/9

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Te la do io l ’ America: Fahrenheit 11/9  “Spero non giri mai un film su di me”   DONALD J. TRUMP   Due anni appena del mandato di Trump sono bastati al cinema a stelle e strisce per offrire una prima valutazione su fasti (pochi) e nefasti del 45° presidente degli Stati Uniti, e sulle conseguenze del suo operato. Tanto l’afroamericano Spike Lee, in BlacKkKlansman , opta per l’invettiva in chiave di allegoria storica, quanto il sessantaquattrenne Michael Moore resta fedele al proprio paradigma: un’inchiesta giornalistica narrata in prima persona, a base di testimonianze e interviste, condita di feroce sarcasmo secondo l’usuale piglio. Inevitabile che anche il liberal Moore tenti a suo modo di ridestare la coscienza collettiva, come altrettanto inevitabile, a mo’ di paradosso, che il titolo del suo decimo lavoro, Fahrenheit 11/9 , sia una variante del j’accuse all’amministrazione Bush di quattordici anni prima, che fruttò il palmarès all’autore. I...

L’anima e la carne: FIRST REFORMED – LA CREAZIONE A RISCHIO

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L ’ anima e la carne: First Reformed – La creazione a rischio  “L’amore si muove nel buio, quanto basta per dirmi che esiste una cosa che si chiama libertà.”  THOMAS MERTON   Pochi sono i fedeli della prima chiesa riformata di Snowbridge, presso New York, ove il reverendo protestante Ernst Toller, ex cappellano militare, celebra messa. Uno sparuto pugno che, a rifletterci, simboleggia quanto resta di un pubblico che, alla stregua del settantaduenne cineasta di Grand Rapids, ancora è disposto a investire in una visione cinematografica “classica”, nel senso etimologico dell ’ espressione, e come tale destinata ad affievolirsi prima di un ’ eventuale scomparsa. Sin da un prologo in cui perfino la scelta stilistica di un campo lungo, che via via si restringe attraverso un carrello, suona come un azzardo, si manifesta l’intenzione di Paul Schrader di mantenere inalterato il confine tra un certo cinema mainstream , di esigua nicchia e cui da lustri l o sceneggiatore ...

Per favore, svegliatevi: BLACKkKLANSMAN

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Per favore, svegliatevi: BlacKkKlansman  Il segreto del cinema di Spike Lee – quando non insiste su ridondanze che portano ad eccessivi didascalismi – risiede in due ingredienti. Il primo va cercato nella memoria di un popolo ancora bisognoso di urlare la propria lacerante ferita storica, il secondo in un’evoluzione socio-culturale dall’instabile pensiero politico, in cui il desiderio di mutamento (che dovrebbe serbare la necessità d’una coscienza lucida) sembra non impedire il riaffacciarsi di mentalità reazionarie e bigotte. La cosa giusta da fare by any means necessary , che da oltre trent’anni distingue la produzione del regista afroamericano, quasi sempre si barcamena tra l’obbligo della denuncia a squarciagola e l’ironica sfumatura con cui gridarla, talora a scapito di quest’ultima. È proprio il tono sarcastico a fare del lavoro di Lee un’opera di denuncia non superata, pronta anzi a palesarne la politique senz’alcuna paura di apparire di maniera, distante ...

Scuola di “vintage”: THE PREDATOR

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Scuola di vintage : The Predator  Noto perlopiù ai frequentatori del cinema artigianale, Fred Dekker è sceneggiatore e regista di un horror di culto – Dimensione terrore , del 1986 – e di uno sgangherato ma affettuoso carnevale teen – Scuola di mostri , dell’87 – che rivisitava con divertito gusto cinefilo i prediletti archetipi del genere orrifico. Shane Black, lui pure sceneggiatore e qui regista, ha firmato i copioni di molti action movies come Arma letale , L’ultimo boyscout e Last Action Hero , raggiungendo la notorietà col terzo episodio della serie Iron Man , e più recentemente con The Nice Guys , riuscita variante del buddy-buddy interpretata dalla coppia Russell Crowe e Ryan Gosling. Lo stesso Black figurava tra gli interpreti del primo capitolo di Predator , quel Rick Hawkins ch ’ era la prima vittima della mostruosa creatura. Non dovrebbe costituire una sorpresa se i nomi di Dekker e di Black si siano riuniti per il quarto episodio della serie, intitolato The ...

Il Gene della follia

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Il Gene della follia  Gene Wilder è stato una maschera comica dalle articolate sfaccettature, capace di passare dalla malinconia lunare degli esordi alla squinternata esagitazione nei ruoli che lo hanno consegnato alla memoria collettiva: manco a dirlo, quello del rampollo di casa Frankenstein in Frankenstein Junior di Mel Brooks e ancor prima, nella cronologia e nel ricordo dell’infanzia, quello di Willy Wonka, nel film di Mel Stuart tratto da un romanzo di Roald Dahl. Soprattutto in quest’ultimo, un Peter Pan riveduto da Edgar Allan Poe, l’attore conciliava Mary Poppins col Cappellaio Matto di carrolliano stampo, ostentando una follia freak che nemmeno Johnny Depp sarebbe riuscito a eguagliare.   Non si può scrivere di Gene Wilder senza ricordarne l’apprendistato d’interprete teatrale presso l’Old Vic, prima di far parte anch’egli, per un breve periodo, dell’Actors Studio: fin da subito la passione per la recitazione si sposa con un corpo minuto e un volto non a...

There will never be another you, Robin

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There will never be another you, Robin  Uno degli equivoci più comunemente diffusi presso critica e pubblico, soprattutto quando si parla di comicità, è quello di scambiare volto e corpo di una maschera buffonesca con quelli di un interprete tout court . La maledizione cui ha accennato qualcuno, legata all’arte di far ridere, non è da imputare alla capacità in sé, molto più complessa di quanto non si è disposti a credere. Essa, semmai, risiede nell’increscioso errore di voler ritrovare fisionomia, gesti, segni, movenze – in sostanza, il bagaglio artistico di un clown – nell’espressività e nella cinetica di un attore. Il fattore della novità, sposato al genio dell’estro, è indotto a misurarsi con mutamenti di mode, cambiamenti di gusti e miti, indottrinamenti di pubblici ogni volta diversi, repertori sempre uguali a sé stessi. Il che, inesorabile, finisce per spremere la maschera sino a impoverirla, mettendone in dubbio qualità, quando non maniere, che sino a ieri ne avevan...

Jeanne, gli occhi che (non) sorrisero

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Jeanne, gli occhi che (non) sorrisero  “ Ogni volta che me la immagino a distanza la vedo che legge non un giornale ma un libro, perché Jeanne Moreau non fa pensare al flirt ma all’amore.” FRANÇOIS TRUFFAUT La sensualità non è una semplice componente di Les amants , uno dei primi titoli della Nouvelle Vague, ma il suo elemento basilare: sicché, quando il film esce, si dubita che possa ottenere il visto censura oltre i confini francesi. Si tratta del secondo lavoro realizzato da Louis Malle con l’allora compagna Jeanne Moreau, nel ruolo di un’impenitente adultera. Ugualmente però, nell’immaginario collettivo, non ci si è ancora separati dal fotogramma d’apertura di Ascensore per il patibolo , prima collaborazione tra i due: un primissimo piano sugli occhi malinconici e sommessi della protagonista al telefono che, come ne La voce umana di Cocteau, immediatamente catturano lo spettatore imponendogli di seguire per un’ora e mezza una figura solitaria – lei pure fedifra...