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La sostenibile leggerezza del malessere: MIA MADRE

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La sostenibile leggerezza del malessere: Mia madre  A distanza di quattro anni da Habemus Papam , il cui risultato, nonostante l’anticipo sui tempi, non aveva convinto del tutto chi scrive, Nanni Moretti compie un bel salto in avanti. E tuttavia senza discostarsi da spunti e tematiche che, agli occhi dello spettatore più consolidato, appaiono ormai un irrinunciabile “feticcio”, tanto da potersi interpretare come uno speculare contraltare dell’odierno malessere. In Habemus il regista guardava, con occhio sardonico, all’incertezza di un neo-Papa timoroso di ricoprire la propria funzione, la cui rinuncia finale ad assumersi una responsabilità troppo alta per lui, di fronte a una folla gremita ed incredula, era il riverbero di una società irrimediabilmente annegata nelle incertezze di uno sviluppo raggiunto solo all’apparenza. Dunque, nella precedente opera, Moretti affrontava senza raggiri l’incomunicabilità di un protagonista, addirittura il Sommo Pontefice, verso u...

Controvento: LA VITA POSSIBILE

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Controvento: La vita possibile  Il fr ame conclusivo di un pallone aerostatico che spicca il volo e si allontana, lento, sulle note de La vita strillate da Shirley Bassey, sembrerebbe ripartire dall’immagine finale di La bella gente , ribaltandola in chiave ottimista. Il flou di un binario di stazione con un treno che partiva, senza la certezza che la prostituta Nadja lo avesse preso, sollecitava nello spettatore dubbi e inquietudini, scavando nell’ipocrisia appena sotto la crosta di certa sinistra sedicente, poco radical e molto chic . Benché La bella gente fosse uscito solo nel 2015, non pareva esser stato girato sei anni prima, e affidandosi a un inverso procedimento delle immagini il climax drammatico che accompagnava il film si ripropone nell’incipit de La vita possibile , settima fatica del romano Ivano De Matteo: i discorsi di due ragazzini in bici, che allegri parlano di calcio per le strade di Roma, svaniscono in un clima di violenza domestica, col tredicenne...

IL NOME DEL FIGLIO: e se è una femmina si chiamerà...

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Il nome del figlio : e se è una femmina si chiamerà...  Nel riascoltare, nostalgici, T elefonami tra vent’anni di Lucio Dalla, dopo aver assistito al trailer del nono lungometraggio di Francesca Archibugi, vien da pensare che il titolo Il nome del figlio sia stato ispirato da un’altra canzone del compianto musicista bolognese, Futura : considerazione attivata dal nesso comune tra i due brani, come dall’identico immaginario che il buon Lucio, malinconicamente, fotografava nei rispettivi versi.   Il nome del figlio è l’ escamotage narrativo con cui l’autrice de Il grande cocomero sceglie di radiografare una cena tra due coppie di amici, cui si aggiunge un quinto compagno di ricordi. In questa situazione si innesca un crescendo di liti e discussioni, battibecchi e incomprensioni, frecciatine e veleni assortiti tra quarantenni in crisi comune. Siamo, si è capito, nella sfera dell’ennesimo “grande freddo”, benché non indotto dalla morte di un compagno di studi, e alli...

La rivoluzione video-culturale: CHUCK NORRIS VS. COMMUNISM

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La rivoluzione video-culturale: Chuck Norris vs. Communism  Torna in mente il film Patul conjugal di Mircea Daneliuc, in cui un viscido proprietario di sala cinematografica dei tempi di Ceauşescu tappezza le pareti del suo cinema di manifesti coi volti di Schwarzenegger, di Van Damme e un po’ di tutti i prototipi del virilismo machista dell’epoca. Quei symbol che la civiltà occidentale d’oltreoceano ha imposto negli anni Ottanta, capisaldi dell’immagine fondata sul principio, non ancora in declino, che muscoli e steroidi siano gli indispensabili coefficienti di un disegno costruito sulla forza. Il desiderio coatto del Paese di rispecchiarsi e confrontarsi con note icone di culturisti ipervitaminizzati (e magari imitarne gesti e posture) concilia con la volontà, meno immaginifica, di sconfiggere il tiranno.  La tesi si rivela indovinata dopo aver assistito a Chuck Norris vs. Communism , prodotto che impreziosisce un discorso inerente la Romania e il suo assorbimento d...

E noi ci giochiamo il cinesino: NEMICHE PER LA PELLE

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E noi ci giochiamo il cinesino: Nemiche per la pelle  Uno legge i nomi delle interpreti, Margherita Buy e Claudia Gerini, e inevitabile si aspetta la commedia in stile Verdone. Uno legge che la prima è anche coautrice del soggetto e in colonna musicale c’è Federico Zampaglione, ex coniuge della seconda, per comprendere che la confezione del prodotto è segnatamente fatta in casa. Ci si trova davanti a due recitazioni diverse e complementari, una più misurata rispetto all’usuale standard e l’altra dichiaratamente caricaturale, e si comprende che  Nemiche per la pelle  è una commedia di caratteri vecchio tipo. Ed è tutto lì.  Nondimeno, criticare un comodo prodotto “usa e getta”  made in Italy , allo scopo di non esser tacciati di snobismo impone, sì, di camminare sulle uova, ma non si può far a meno di pensare che quel certo modo di recepire lo sguardo del Belpaese, superato da oltre mezzo secolo, sia un comodo espediente per non spremere meningi ve...

La ballata di Dalton: L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

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La ballata di Dalton: L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo  L’immagine di Dalton Trumbo che scrive a macchina nella vasca da bagno e lavora alle sue sceneggiature è, ne L’ultima parola , un’immagine ambivalente: un’icona sospesa tra l’entusiasmo della propria integrità idealista, resa tuttavia possibile solo tra mura domestiche, e il peso prevaricante di una Storia pronta a smorzare tale passione e a gambizzarne la creatività.  È ciò che più caratterizza questo film, un biopic che si aggiunge alla casistica, non molto florida, di titoli cinematografici sul maccartismo (l’ultima volta che Hollywood dedicò un film sul tema fu, quattordici anni prima, con Good Night, and Good Luck. di George Clooney). Ma a dispetto di opere come Il prestanome o il trascurato Indiziato di reato , meglio incentrati sul climax di tensione che soffocava gli Stati Uniti negli anni Cinquanta, il regista Jay Roach opta per una descrizione psicologica del personaggio Tru...

La ragione di un sogno: Sergio Citti e il cinema

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La ragione di un sogno: Sergio Citti e il cinema  “ Er cinema è quer posto dove vai, compri un bijetto e poi trovi uno che ‘tte lo strappa… Quell’è er cinema, no? O me sbajo?” SERGIO CITTI   Qualche anno fa ho avuto modo di rivedere Brutti, sporchi e cattivi , durante un’ennesima sua messa in onda televisiva. La cui trama, come si sa, ruota su uno stuolo di baraccati alla periferia romana che la cinepresa di Scola, con piglio semi-documentaristico, scruta e trasla con l’occhio impietoso della commedia italiana. E non può non trasparire (e come d’altronde non potrebbe?) un’impronta pasoliniana nella piccola grande sfera su cui si pone lo sguardo. Anche in una bottega di orrori casalinghi, dove l’ignobile cinismo del patriarca Manfredi è proporzionale alla delinquenza cui è spinto il parentado per sopravvivere – in sé e per sé costante di una commedia, la nostra, ai limiti del ne(r)orealismo, frattanto divenuta irrimediabilmente corrosiva – lo spettatore p...